SIRM Insight – Settembre 2026

RM defecografica: verso un referto strutturato e condiviso tra specialisti

Un consenso multidisciplinare italiano definisce le informazioni cliniche essenziali per la richiesta e gli elementi da includere sistematicamente nel referto di defeco-RM.

La disfunzione del pavimento pelvico rappresenta una condizione complessa, spesso caratterizzata dalla coesistenza di alterazioni anatomiche e funzionali che possono coinvolgere più compartimenti. In questo contesto, la risonanza magnetica defecografica, o defeco-RM, consente una valutazione dinamica e multiplanare dell’anatomia pelvica e della fase evacuativa, senza esposizione a radiazioni ionizzanti.

Nonostante il suo ruolo consolidato, l’esecuzione e soprattutto la refertazione della defeco-RM rimangono ancora eterogenee tra centri e operatori. Terminologia, misurazioni, linee di riferimento e reperti riportati possono variare considerevolmente, rendendo più difficile il confronto tra esami e la comunicazione con chirurghi colorettali, ginecologi, urologi e gastroenterologi.

Per affrontare questa variabilità, Colarieti e collaboratori hanno condotto un Delphi consensus multidisciplinare italiano, pubblicato su La Radiologia Medica, con l’obiettivo di definire sia le informazioni minime che dovrebbero accompagnare la richiesta dell’esame sia un dataset strutturato per la refertazione.

Il contesto: perché standardizzare la defeco-RM

La defeco-RM è particolarmente utile nello studio dei disturbi del compartimento posteriore, come rettocele, enterocele, sigmoidocele e intussuscezione rettale, oltre che nelle disfunzioni multicompartimentali del pavimento pelvico. L’esame clinico, infatti, può sottostimare o caratterizzare in maniera incompleta alcune alterazioni, con possibili ricadute sulla pianificazione terapeutica e chirurgica.

Il valore diagnostico dell’esame dipende tuttavia non solo dalla qualità delle immagini, ma anche dalla precisione del quesito clinico e dalla capacità del referto di rispondere in maniera strutturata alle necessità dello specialista richiedente. Gli autori sottolineano quindi come la defeco-RM debba essere considerata un’indagine clinicamente orientata, basata su un linguaggio condiviso tra radiologo e clinico.

Lo studio: un Delphi consensus multidisciplinare

Il processo ha coinvolto un panel di 20 esperti italiani appartenenti alle principali discipline impegnate nella gestione delle disfunzioni del pavimento pelvico: radiologi, ginecologi, chirurghi colorettali, urologi, gastroenterologo, fisiatra e metodologo.

Le proposte sono state valutate attraverso tre round Delphi, utilizzando una soglia di consenso predefinita pari ad almeno il 75% di accordo. Il lavoro si è articolato in due fasi complementari:

  • definizione delle informazioni minime da fornire al momento della richiesta dell’esame;
  • identificazione degli elementi tecnici, anatomici e funzionali da inserire in un referto strutturato.

La richiesta dell’esame: il quesito clinico entra nel protocollo

Per il dataset relativo alla richiesta della defeco-RM il consenso è stato raggiunto per tutti gli 11 elementi proposti.

Tra le informazioni considerate indispensabili figurano:

  • quesito diagnostico specifico;
  • anamnesi ostetrica e parità;
  • precedenti interventi chirurgici pelvici;
  • incontinenza fecale o urinaria;
  • defecazione ostruita;
  • disturbi dello svuotamento vescicale;
  • dolore pelvico cronico;
  • presenza di prolasso degli organi pelvici, possibilmente specificando il compartimento coinvolto.

L’obiettivo è fornire al radiologo informazioni sufficienti non soltanto per interpretare correttamente l’esame, ma anche per adattarne il protocollo alla specifica problematica clinica.

Il referto strutturato: 21 elementi raggiungono il consenso

Per la seconda fase sono state valutate 36 proposte. Ventuno, pari al 58,3%, hanno raggiunto il consenso, mentre 15 sono state escluse.

Particolarmente elevato è stato l’accordo sugli aspetti tecnici: tutti gli 11 elementi proposti sono stati accettati. Il referto dovrebbe quindi includere informazioni relative al magnete, all’intensità di campo, alla preparazione intestinale, alla posizione del paziente, alle fasi statiche e dinamiche, alla somministrazione del contrasto e ai piani di acquisizione.

Tra le misurazioni condivise rientrano l’angolo anorettale, valutato nelle diverse fasi funzionali, e le linee di riferimento del pavimento pelvico rispetto alla linea pubococcigea.

Sul versante anatomico e funzionale sono stati invece considerati prioritari la descrizione dei prolassi nei differenti compartimenti, del rettocele, dell’intussuscezione retto-rettale o retto-anale, dell’enterocele o sigmoidocele e dell’alterato svuotamento rettale. Il referto dovrebbe infine concludersi con una impression strutturata direttamente correlata al quesito clinico.

Cosa non entra nel referto standard

Un aspetto interessante dello studio è rappresentato anche dagli elementi che non hanno raggiunto il consenso.

Sono state escluse alcune misurazioni considerate poco standardizzate o difficilmente riproducibili, come le dimensioni dello hiatus dell’elevatore, alcune valutazioni quantitative post-evacuazione e la descrizione dettagliata del numero degli atti espulsivi.

Particolarmente netto è stato inoltre il rifiuto dell’inserimento nel referto di vere e proprie indicazioni terapeutiche mediche o chirurgiche, considerate al di fuori del ruolo diagnostico del radiologo.

La scelta riflette una filosofia pragmatica: privilegiare un dataset riproducibile e realmente applicabile nella pratica quotidiana, evitando di rendere il referto eccessivamente complesso.

Implicazioni cliniche: non solo un template

Il valore del documento va oltre la semplice proposta di un modello di refertazione. La standardizzazione riguarda infatti l’intero percorso dell’esame, partendo dalla richiesta clinica e arrivando alla conclusione del referto.

Un linguaggio condiviso potrebbe migliorare la completezza dei referti, ridurre la variabilità interosservatore e rendere più efficace la discussione multidisciplinare, oltre a facilitare il confronto dei dati tra centri.

Gli autori sottolineano tuttavia che il framework deriva da un processo di consenso e necessita ancora di validazione prospettica e multicentrica. Restano inoltre da valutare l’impatto sul workflow, i tempi di refertazione e l’effettivo beneficio sulle decisioni cliniche.

Messaggio chiave

Il consenso multidisciplinare italiano propone per la prima volta un framework condiviso che standardizza sia la richiesta sia la refertazione della defeco-RM. Il modello privilegia pochi elementi clinicamente rilevanti, facilmente riproducibili e direttamente collegati al quesito diagnostico. Più che aumentare il numero delle misurazioni, l’obiettivo è costruire un linguaggio comune tra radiologo e specialisti del pavimento pelvico.

Per approfondire

Colarieti A, Grossi U, Oderda M, et al. Standardizing MR defecography referral and reporting: a multidisciplinary Delphi consensus. La Radiologia Medica. 2026. doi: 10.1007/s11547-026-02279-w. Standardizing MR defecography r…

 


Habitat imaging in TC e PET/TC: oltre la radiomica dell’intero tumore

L’analisi delle sottoregioni tumorali può offrire nuovi biomarcatori di eterogeneità, ma la standardizzazione metodologica rimane il principale ostacolo alla sua applicazione clinica.

Un tumore non rappresenta una struttura biologicamente omogenea. All’interno della stessa massa possono coesistere popolazioni cellulari caratterizzate da differenze genetiche, metaboliche, vascolari e microambientali, potenzialmente responsabili di differenti comportamenti biologici e risposte al trattamento.

La radiomica tradizionale analizza generalmente il tumore nel suo complesso, ricavando parametri quantitativi dall’intero volume segmentato. Questo approccio, tuttavia, può attenuare o perdere le differenze presenti tra regioni biologicamente distinte.

L’habitat imaging nasce proprio per superare questo limite: attraverso tecniche di clustering suddivide il tumore in sottoregioni costituite da voxel con caratteristiche di imaging simili, i cosiddetti habitat, con l’obiettivo di ottenere una rappresentazione spaziale dell’eterogeneità intratumorale.

Il contesto: dalla radiomica globale alle sottoregioni tumorali

La biopsia rimane il riferimento per la caratterizzazione biologica del tumore, ma analizza inevitabilmente solo una porzione della lesione. L’imaging può invece studiare l’intero volume tumorale e, potenzialmente, seguirne le modificazioni nel tempo.

Nella radiomica convenzionale l’intera neoplasia viene generalmente trattata come un’unica regione di interesse. L’habitat imaging introduce invece una dimensione spaziale, aggregando voxel con proprietà simili e identificando subregioni che potrebbero corrispondere a differenti fenotipi biologici o componenti del microambiente tumorale.

L’approccio è già stato ampiamente studiato con la risonanza magnetica, mentre le applicazioni basate su TC e PET/TC sono più recenti.

Lo studio: una revisione sistematica di 21 studi

Chen e collaboratori hanno analizzato sistematicamente la letteratura relativa all’habitat imaging basato su TC o PET/TC, valutandone le applicazioni nella diagnosi, nella previsione della risposta terapeutica e nella prognosi oncologica.

La revisione ha incluso 21 studi per un totale di 7363 pazienti. Il tumore polmonare rappresentava quasi la metà delle casistiche analizzate, seguito dalle neoplasie testa-collo e renali; erano inoltre rappresentati tumori gastrointestinali, ovarici ed epatici.

Gli studi utilizzavano metodologie estremamente variabili: il numero di feature radiomiche estratte oscillava da 41 a oltre 12.000 e differivano sia i metodi di segmentazione sia le strategie adottate per definire i diversi habitat.

Cosa può aggiungere l’habitat imaging

Dalla revisione emergono tre principali aree di applicazione:

  • previsione della risposta al trattamento;
  • stratificazione prognostica;
  • caratterizzazione patologica e molecolare del tumore.

Il vantaggio concettuale rispetto alla radiomica dell’intera lesione consiste nella possibilità di individuare zone tumorali biologicamente differenti, comprese eventuali sottoregioni a comportamento più aggressivo o associate a resistenza terapeutica.

Diversi studi inclusi nella revisione hanno mostrato prestazioni favorevoli dei modelli habitat rispetto ai modelli radiomici tradizionali. Gli autori sottolineano tuttavia che tale superiorità non è universale e non dovrebbe essere data per scontata: radiomica convenzionale e habitat imaging dovrebbero essere confrontati direttamente nei singoli contesti clinici.

Una tecnologia ancora eterogenea

Il punto più critico della revisione emerge dall’analisi metodologica.

Il Radiomics Quality Score medio era 15,71 su 36, pari a circa il 44% del punteggio teorico massimo. Tutti gli studi inclusi erano inoltre retrospettivi. Pur essendo stata effettuata una validazione esterna in una quota rilevante degli studi, mancavano frequentemente studi prospettici, analisi di costo-efficacia, valutazioni sistematiche della variabilità tra scanner e condivisione di dati o codice.

Un ulteriore problema riguarda la forte eterogeneità nella definizione stessa degli habitat: parametri di acquisizione, segmentazione, algoritmi di clustering e criteri per stabilire il numero ottimale delle sottoregioni differiscono tra studi.

Di conseguenza, due modelli definiti entrambi come habitat imaging possono in realtà rappresentare approcci metodologicamente molto diversi.

Il futuro: habitat dinamici e imaging longitudinale

Una delle evoluzioni più interessanti potrebbe essere l’analisi degli habitat nel tempo.

La ripetizione dell’imaging durante il trattamento consentirebbe infatti di studiare non soltanto la distribuzione spaziale iniziale dell’eterogeneità tumorale, ma anche la sua evoluzione temporale, identificando l’espansione o la regressione di specifiche sottoregioni.

Gli autori evidenziano tuttavia come i dataset longitudinali oggi disponibili siano ancora limitati e gran parte di questa applicazione rimanga, al momento, prevalentemente sperimentale.

Implicazioni cliniche: promettente, ma non ancora un biomarcatore maturo

L’habitat imaging offre un approccio intuitivamente vicino alla biologia tumorale: invece di descrivere una neoplasia attraverso un singolo valore medio, tenta di rappresentarne la complessità interna.

La sua traslazione clinica richiederà però protocolli di acquisizione più standardizzati, algoritmi di segmentazione riproducibili, definizioni condivise degli habitat e studi prospettici multicentrici.

La revisione descrive quindi una tecnologia promettente ma ancora in una fase relativamente precoce di validazione, che non può essere considerata al momento un biomarcatore clinico consolidato.

Messaggio chiave

L’habitat imaging applicato a TC e PET/TC introduce nella radiomica la dimensione spaziale dell’eterogeneità intratumorale, suddividendo la neoplasia in sottoregioni con caratteristiche quantitative differenti. I dati disponibili suggeriscono possibili applicazioni nella previsione della risposta terapeutica, nella prognosi e nella caratterizzazione molecolare, ma l’elevata eterogeneità metodologica e l’assenza di studi prospettici impediscono ancora una vera integrazione nella pratica clinica.

Per approfondire

Chen Q, Ren T, Peng Y, et al. Application advances of habitat imaging based on CT or PET/CT: a systematic review. La Radiologia Medica. 2026. doi: 10.1007/s11547-026-02292-z. Application advances of habitat…

Body composition automatica alla TC: nuovi biomarcatori prognostici nei pazienti trattati con immunoterapia

TotalSegmentator consente di trasformare la TC di stadiazione in una valutazione volumetrica automatica di muscolo e tessuto adiposo potenzialmente associata alla sopravvivenza.

Le immagini TC acquisite nella routine oncologica contengono molte più informazioni di quelle tradizionalmente riportate nel referto. Oltre alla valutazione del tumore e delle sue metastasi, consentono infatti di quantificare in maniera opportunistica la composizione corporea, includendo massa muscolare e differenti compartimenti del tessuto adiposo.

La riduzione della massa muscolare e la modificazione della distribuzione o della qualità del tessuto adiposo sono state associate in numerosi contesti oncologici alla prognosi e alla tolleranza ai trattamenti.

Fino a pochi anni fa queste analisi richiedevano segmentazioni manuali o semiautomatiche, generalmente effettuate su una singola sezione a livello di L3. L’introduzione di modelli di deep learning come TotalSegmentator consente invece di analizzare automaticamente grandi volumi corporei e potrebbe trasformare questi parametri in veri biomarcatori quantitativi ottenibili dalla normale TC oncologica.

Il contesto: oltre la singola sezione a L3

L’analisi della composizione corporea si è tradizionalmente concentrata sulla terza vertebra lombare, dove l’area muscolare e quella del tessuto adiposo mostrano una buona correlazione con la composizione corporea complessiva.

L’approccio presenta tuttavia alcuni limiti: richiede l’identificazione precisa del livello vertebrale, risente della selezione della singola sezione e non sfrutta l’intera quantità di informazioni contenute in una TC torace-addome-pelvi.

La segmentazione automatica basata sul deep learning permette invece una quantificazione volumetrica di muscolo scheletrico, grasso viscerale, sottocutaneo e intramuscolare lungo una porzione molto più estesa del corpo.

Lo studio: 357 pazienti trattati con immunoterapia

Yang e collaboratori hanno valutato retrospettivamente 357 pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule avanzato o melanoma, sottoposti a terapia con immune-checkpoint inhibitors.

Sono state analizzate le TC torace-addome-pelvi eseguite prima dell’inizio del trattamento.

Utilizzando TotalSegmentator v2.8.0, gli autori hanno ottenuto automaticamente volumi e densità di:

  • muscolo scheletrico;
  • tessuto adiposo viscerale;
  • tessuto adiposo sottocutaneo;
  • tessuto adiposo intramuscolare.

L’analisi volumetrica si estendeva da T1 fino al sacro ed è stata confrontata con le tradizionali misurazioni bidimensionali eseguite a livello di L3 e T4.

Volume corporeo e singola sezione: quanto sono correlati?

Le misurazioni ottenute a livello di L3 e quelle derivate dall’intero volume torace-addome-pelvi hanno mostrato una correlazione molto elevata, con coefficienti compresi tra 0,87 e 0,98.

Questo conferma che la sezione a L3 rimane un buon surrogate della composizione corporea globale.

L’analisi volumetrica, tuttavia, ha mostrato una capacità più costante di discriminare i gruppi di sopravvivenza: tutti i biomarcatori volumetrici derivati dal volume torace-addome-pelvi presentavano differenze significative tra pazienti con sopravvivenza breve e lunga, mentre alcune misurazioni su singola sezione non risultavano discriminanti.

Muscolo, grasso e sopravvivenza

Gli autori hanno valutato diversi modi di normalizzare i parametri di composizione corporea, includendo indici corretti per l’altezza e rapporti tra tessuti e volume osseo.

Per il muscolo scheletrico, il modello basato sul rapporto muscolo/osso ha mostrato prestazioni sostanzialmente sovrapponibili a quelle del tradizionale skeletal muscle index.

Il risultato migliore è stato tuttavia ottenuto non utilizzando un singolo parametro, bensì integrando quantità e densità dei diversi tessuti corporei, con un c-index pari a 0,621.

Il dato suggerisce che la composizione corporea non dovrebbe essere interpretata esclusivamente in termini di “quanto” muscolo o grasso è presente, ma anche considerando la qualità dei tessuti, espressa attraverso la loro attenuazione TC.

Perché automatizzare l’analisi?

Il vantaggio principale di TotalSegmentator è rappresentato dalla possibilità di effettuare questa analisi in modo completamente automatico e indipendente dall’operatore.

Una TC già eseguita per indicazioni oncologiche potrebbe quindi essere utilizzata contemporaneamente per ottenere informazioni quantitative aggiuntive senza nuove acquisizioni né esposizione aggiuntiva alle radiazioni.

In prospettiva, lo stesso approccio potrebbe essere applicato agli esami di follow-up per valutare longitudinalmente la perdita di massa muscolare o le modificazioni dei compartimenti adiposi nel corso del trattamento.

I limiti: il valore prognostico rimane moderato

I risultati devono essere interpretati con cautela.

Lo studio è retrospettivo e include esclusivamente pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule o melanoma avanzato sottoposti a immunoterapia. Inoltre, i modelli prognostici sono stati aggiustati per età e sesso, ma non includevano altri importanti parametri clinico-biologici come performance status ECOG o espressione di PD-L1.

Il valore discriminativo complessivo rimane inoltre moderato: anche il modello con le migliori prestazioni raggiunge un c-index di 0,621.

Gli stessi autori sottolineano pertanto la necessità di studi prospettici, multicentrici e integrati con variabili cliniche prima di proporre un impiego routinario di questi parametri.

Implicazioni cliniche: trasformare un esame già disponibile in un biomarcatore

Il principale interesse dello studio non risiede nella sostituzione dei tradizionali fattori prognostici oncologici, ma nella possibilità di estrarre automaticamente nuovi biomarcatori da immagini che vengono già acquisite nella pratica clinica.

In questo senso, l’analisi opportunistica della composizione corporea rappresenta uno degli esempi più concreti di come il deep learning possa ampliare il contenuto informativo della TC, senza modificare il protocollo di acquisizione.

La reale utilità clinica dipenderà tuttavia dalla capacità di integrare questi dati con informazioni oncologiche, biologiche e terapeutiche all’interno di modelli prognostici multiparametrici.

Messaggio chiave

La segmentazione automatica con TotalSegmentator consente di ricavare dalla TC oncologica una valutazione volumetrica della composizione corporea estesa da T1 al sacro. Nei pazienti con melanoma o NSCLC avanzato trattati con immunoterapia, questi biomarcatori risultano associati alla sopravvivenza e possono fornire informazioni aggiuntive rispetto alla tradizionale analisi su singola sezione. Il loro valore prognostico rimane tuttavia moderato e richiede validazione prima dell’utilizzo clinico routinario.

Per approfondire

Yang S, Lawrance L, Bône A, et al. Prognostic value of body composition analysis in cancer patients treated with immunotherapy: a systematic evaluation of TotalSegmentator-based biomarkers. La Radiologia Medica. 2026. doi: 10.1007/s11547-026-02266-1.

Glossario radiologico

Caso clinico 1

Cefalea occipitale e atassia progressiva

Un uomo di 54 anni con ipertensione arteriosa riferisce da circa due mesi cefalea occipitale intensa e persistente, vertigini e progressiva instabilità della marcia. Sono presenti nausea, vomito, nistagmo multidirezionale e ipotonia dell’emisoma destro. Viene eseguita una RM encefalo.

Qual è la diagnosi più probabile?

A. Emangioblastoma cerebellare B. Gangliocitoma displastico cerebellare (malattia di Lhermitte-Duclos)
C. Medulloblastoma dell’adulto D. Glioma diffuso della linea mediana
E. Metastasi cerebellare
RISPOSTA CORRETTA  B. Gangliocitoma displastico cerebellare (malattia di Lhermitte-Duclos)

La RM mostra un’espansione emisferica cerebellare con ispessimento delle folia e alternanza di bande di segnale, responsabile del tipico aspetto “tiger-striped”. La relativa conservazione dell’architettura foliare e l’assenza di una componente nodulare vascolarizzata rendono meno probabili emangioblastoma e metastasi. Nell’adulto la diagnosi deve indurre a ricercare manifestazioni della sindrome di Cowden e alterazioni di PTEN.

Caso clinico 2

Dispnea, tosse e calo ponderale

Una donna di 78 anni, precedentemente attiva e senza comorbilità rilevanti, presenta tosse persistente, dispnea da sforzo e calo ponderale involontario di circa 9 kg. Viene richiesta un’angio-TC del torace.

Quale diagnosi interpreta meglio il quadro?

A. Tromboembolia polmonare acuta a sella B. Carcinoma polmonare centrale
C. Linfoma mediastinico D. Tumore fibroso solitario della pleura
E. Sarcoma intimale dell’arteria polmonare
RISPOSTA CORRETTA  E. Sarcoma intimale dell’arteria polmonare

La lesione origina nel compartimento arterioso polmonare, occupa e distende il lume e presenta crescita lobulata con estensione extravascolare nel mediastino. Questi elementi, insieme alla presentazione subacuta e al calo ponderale, favoriscono un sarcoma intimale rispetto a un embolo. La diagnosi definitiva richiede conferma istologica; nel caso originale la pneumonectomia ha documentato un sarcoma intimale ad alto grado.

Caso clinico 3

Una massa addominale piena d’aria

Una donna di 64 anni riferisce dolore persistente al fianco sinistro e progressiva distensione addominale da alcuni mesi. È apiretica e in buone condizioni generali; all’esame obiettivo si apprezza una massa dolente al fianco sinistro. Gli esami mostrano modesta leucocitosi e lieve incremento della PCR.

Qual è la diagnosi più probabile?

A. Volvolo del sigma B. Ascesso diverticolare con fistola enterica
C. Diverticolo gigante del colon D. Pneumatosi cistoide intestinale
E. Cisti mesenterica sovrainfetta
RISPOSTA CORRETTA  C. Diverticolo gigante del colon

La TC documenta una cavità aerea ben delimitata, di oltre 4 cm, contigua al sigma: il cosiddetto “balloon sign”. L’assenza di una significativa componente fluida e la parete definita non sono tipiche di un ascesso. Il diverticolo gigante del colon è una rara complicanza della diverticolosi, più spesso sigmoidea, e può simulare una perforazione contenuta.

Caso clinico 4

Dolore persistente di spalla in artrite reumatoide

Una donna di 41 anni con recente diagnosi di artrite reumatoide riferisce da un anno dolore e crepitii alla spalla destra, scarsamente responsivi a fisioterapia e terapia antinfiammatoria. La restante sintomatologia articolare è migliorata con idrossiclorochina. All’esame clinico sono positivi i test di impingement.

Quale reperto è rappresentato nelle immagini RM?

A. Condromatosi sinoviale primaria B. Sinovite villonodulare pigmentosa
C. Lipoma arborescens D. Corpi risiformi in borsa subacromiale-subdeltoidea
E. Borsite calcifica da idrossiapatite
RISPOSTA CORRETTA  D. Corpi risiformi in borsa subacromiale-subdeltoidea

La borsa distesa contiene numerosi piccoli corpi ovoidali a basso segnale, relativamente uniformi, compatibili con rice bodies. Si tratta di aggregati fibrinosi associati a sinovite cronica, classicamente artrite reumatoide o tubercolosi. La condromatosi sinoviale tende a produrre noduli cartilaginei più voluminosi e variabili; la PVNS presenta marcata suscettibilità da emosiderina.

Caso clinico 5

Palpitazioni e alterazioni apicali

Una donna di 42 anni si presenta per palpitazioni. Ha una storia di asma bronchiale e sindrome del tunnel carpale; l’esame obiettivo e gli esami ematochimici sono nei limiti. L’ECG mostra inversione dell’onda T nelle derivazioni V2–V6. Viene eseguito uno studio cardiaco multimodale.

Quale diagnosi è maggiormente supportata dall’imaging?

A. Fibrosi endomiocardica B. Cardiomiopatia ipertrofica apicale
C. Amiloidosi cardiaca D. Trombo apicale post-infartuale
E. Non-compattazione ventricolare sinistra
RISPOSTA CORRETTA  A. Fibrosi endomiocardica

La CMR mostra obliterazione apicale con enhancement prevalentemente endocardico e trombo sovrapposto: la stratificazione miocardio–fibrosi endocardica–trombo costituisce il “double V sign”. La TC conferma l’obliterazione apicale e la calcificazione endocardica. L’ipertrofia apicale può simulare il quadro morfologico, ma non spiega questo pattern di LGE con trombo stratificato.

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